DAL LIBRO CUORE: LE LIFE SKILLS NELLA SCUOLA DI ALLORA E IN QUELLA DI OGGI.

Ciao a tutti, continuo la rassegna di post di riflessione e confronto tra la scuola di fine ‘800 e quella di oggi, prendendo spunto dal libro “Cuore” di E. De Amicis. Qualche articolo fa avevo anticipato che avrei parlato delle life skills, di come se ne parla nel libro citato e di come possono essere apprese nella scuola di oggi.

Cosa sono le life skills? Con questo termine si intende un insieme di abilità o competenze che si apprendono durante l’infanzia/adolescenza e che sono necessarie per mettersi in relazione con gli altri e per affrontare i problemi, le pressioni e gli stress della vita quotidiana.

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le life skills stimolano l’assunzione di responsabilità per la propria salute e potenziano le competenze psico-sociali e per tale motivo sono utili a prevenire problemi di tipo sanitario e comportamenti negativi o a rischio.

Le life skills possono essere innumerevoli, tuttavia l’OMS ha individuato un nucleo fondamentale di skills per la promozione del benessere di bambini e adolescenti: decision making, problem solving, creatività, senso critico, comunicazione efficace, abilità relazionali, autocoscienza, empatia, gestione delle emozioni, gestione dello stress.

Tali abilità possono essere insegnate attraverso l’apprendimento e la pratica. Nel libro Cuore è di nuovo il racconto il veicolo fondamentale per trasmettere tali competenze. I racconti mensili di cui è costellato il libro sembrano avere proprio questa funzione. Prendiamo ad esempio il racconto “Dagli Appennini alle Ande”: vi accorgerete che in questo racconto il protagonista si trova a prendere delle decisioni importanti, a risolvere diversi problemi, a relazionarsi e comunicare con persone diverse e straniere, a gestire eventi stressanti nonché le sue emozioni e spesso riesce ad entrare in empatia anche con gli estranei. Insomma in un racconto di poche pagine si trovano riferimenti alla maggior parte delle life skills e il protagonista del racconto diventa un modello apprendimento e utilizzo delle stesse.

Ma nella scuola di oggi vengono apprese le life skills e se sì come?

Diversi studi evidenziano che i giovani non siano sufficientemente equipaggiati delle skills necessarie per affrontare le richieste e gli stress che incontrano nel loro percorso di crescita e i meccanismi tradizionali attraverso cui si apprendevano tali competenze non funzionino più adeguatamente di fronte alla complessità creata dai profondi cambiamenti sociali e culturali come ad esempio l’avvento dell’era digitale e l’integrazione di etnie diverse.

Una possibile risposta è l’inserimento di specifici programmi di life skills education all’interno del percorso scolastico condotti da personale specializzato come gli psicologi.

Queste esperienze esistono e quando vengono applicate danno prove di utilità e efficacia, io stessa ho avuto la possibilità di condurre tali programmi in alcuni istituti scolastici con grande soddisfazione di alunni, insegnanti e genitori.

Fin qui tutto bene allora, penserete. E invece purtroppo devo deludervi perché se è vero che questi programmi ci sono, è anche vero che avrebbero bisogno di essere integrati nel piano scolastico di ogni grado di scuola, che dovrebbero avere una continuità temporale, che dovrebbero essere stanziati fondi per garantire questa continuità e che dovrebbero essere gestiti da personale competente che si integra e collabora quotidianamente con il resto del personale scolastico.

Purtroppo le cose non stanno così. Ancora questi progetti sono eventi sporadici e frammentari. Non fanno parte del piano scolastico perché si dà ancora troppo poco spazio alla prevenzione e alla costruzione di interventi a lungo termine di carattere generale. Non vengono stanziati fondi sufficienti per interventi di così ampio respiro anche se professionisti competenti sarebbero disponibili. Non c’è ancora sufficiente interesse per questi temi, i problemi che ne derivano non sono ancora largamente sentiti oppure se anche se si manifestano, si tende a rispondere solo con interventi di emergenza, mirati e a breve termine.

Insomma si tende a tamponare i problemi piuttosto che costruire dei percorsi di crescita per bambini e ragazzi graduali, continuativi ed efficaci. È un vero peccato. Nel mio piccolo cerco di spiegare e condividere che cosa significa davvero prevenzione ma mi rendo conto che non è sufficiente. Serve che una visione più ampia e un modo diverso di affrontare i problemi sia condiviso da tutti. Allora proviamo a condividere questo pensiero e nel frattempo………..restiamo connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

I BAMBINI/RAGAZZI E LE REGOLE.

Ciao a tutti, nel mio post di oggi prendo spunto dal video che condivido per parlarvi dell’importanza delle regole per bambini/ragazzi.

Premesso che rispetto alle regole spesso mi scontro con diversi luoghi comuni del tipo: “è importante dare tante regole”, “non bisogna dare regole perché limitano la creatività dei bambini”, “basta spiegare ad un bambino perché un comportamento è sbagliato perché non lo faccia più”, “se ripeto una richiesta più volte alla fine il bambino obbedirà”, “i bambini sanno autoregolarsi da soli”. In realtà le cose non vanno esattamente così e chi si è confrontato con questo argomento lo può testimoniare. Chi ha di queste aspettative spesso si rende conto che vengono disattese dai bambini/ragazzi e ciò crea frustrazione nell’adulto che finisce con l’utilizzare uno stile educativo più coercitivo come le punizioni. In questo modo i bambini/ragazzi finiscono con l’associare le regole alle punizioni e s’innesca un clima relazionale teso e conflittuale del tutto infruttuoso.

Cosa sono allora le regole? Le regole sono modello di comportamento a cui attenersi nel contesto famigliare e sociale, qualcosa a cui tendere ed aspirare per stare bene con sé stessi e con gli altri. Le regole sono quindi utili e funzionali alla vita comune. Senza regnerebbe l’anarchia. Ma per far sì che le regole siano davvero utili e aiutino il soggetto a crescere e migliorare è necessario che siano date nei modi e nei tempi corretti. Per prima cosa dovrebbero essere adeguate all’età del bambino/ragazzo e poi non dovrebbero essere troppo numerose e diversificate. Dovrebbero essere proposte in termini positivi come un proposito, non come negazione o domanda. Dovrebbero essere formulate in modo chiaro, semplice ed esplicito e dovrebbero essere una richiesta e non un ordine quindi dovrebbero essere espresse con un tono sereno.

Ricordiamoci che la vita di tutti noi è permeata di regole, da quelle del codice stradale, a quelle della scuola o del mondo del lavoro, a quelle di comportamento in ambito sociale o affettivo per citarne solo alcune. Perché quindi non preparare i bambini sin da piccoli al rispetto delle regole e al fatto che le trasgressioni comportano delle conseguenze? Credo che questo sia uno degli apprendimenti fondamentali per la vita. Siete d’accordo?

Se volete esprimere il vostro parere in proposito, lasciate pure un vostro commento e nel frattempo come sempre vi raccomando…. restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

LA FATICA E’ UN REQUISITO INELUDIBILE DELL’APPRENDIMENTO OPPURE NO?

LA FATICA E’ UN REQUISITO INELUDIBILE DELL’APPRENDIMENTO OPPURE NO?

Ciao a tutti,

in questo articolo che prende spunto da una conferenza a cui ho assistito, vorrei parlarvi di come la fatica sia un requisito imprescindibile dal processo di apprendimento e di come la scuola di oggi in molti casi stia abbandonando questo concetto.

Alla recente Fiera delle Parole che si è svolta a Padova, ho partecipato ad una conferenza sul libro Cuore tenuta dal M. Fois. Tra i tanti argomenti trattati, uno è stato il confronto tra la scuola descritta dal libro Cuore e quella di oggi.

Ovviamente e giustamente la scuola è molto cambiata da quella di allora ma si è discusso se tale cambiamento sia sempre stato in meglio. Una delle affermazioni di M. Fois su questo punto è stata: “Da alcuni anni la parola fatica è stata bandita dalle nostre scuole!”

Secondo il relatore concetti come impegno, e fatica non si possono più neanche nominare a scuola e gli insegnanti si stanno trasformando in intrattenitori che fanno i salti mortali per rendere piacevoli e accattivanti le loro materie e lezioni, altrimenti non incontrano il gradimento degli studenti o rischiano di annoiarli.

Ammetto che sono d’accordo con questa opinione perché lavoro spesso a scuola e ho potuto constatare la difficoltà degli insegnanti di tenere accesa l’attenzione e la motivazione dei loro allievi. Io stessa faccio ogni sforzo possibile per rendere interessanti e dinamici i miei incontri in classe.

M. fois ha proseguito il suo intervento spiegando che in questo modo però ci troviamo di fronte ad un paradosso visto che la fatica è un elemento ineludibile dell’apprendimento. Non è possibile leggere, imparare, studiare, conoscere senza impegno e fatica. Allo stesso modo non è possibile trovare studenti a cui piaccia far fatica perché a nessuno piace. Quello che è successo per generazioni è che gli studenti si sono adattati o rassegnati a far fatica, chi più e chi meno ovviamente.

Quindi perché oggi non dovrebbe accadere la stessa cosa? Perché gli studenti di oggi non dovrebbero far fatica se questa è un requisito imprescindibile dell’apprendimento?

Forse questa domanda chiama in causa più noi adulti che i giovani studenti visto che per loro è naturale trovare lo studio difficile e faticoso.

Credo che siamo noi a voler slegare l’apprendimento dal concetto di fatica anche se è un’operazione impossibile. Per esempio mi capita che qualche genitore mi chieda: “Perché a mio figlio non piace studiare?” E io gli rispondo: “Perché a lei da bambino piaceva?”. Io ho dedicato tutta la mia vita allo studio quindi si può dedurre che mi piaccia e mi appassioni, eppure quando andavo a scuola non cantavo propriamente l’inno alla gioia quando era ora di fare i compiti. Da bambina preferivo giocare e da adolescente preferivo dedicarmi ai miei interessi e alle relazioni amicali e sentimentali. Niente di nuovo oggi sotto il sole. I giovani di oggi non sono diversi.

I motivi per cui noi adulti abbiamo deciso di evitare l’incombenza della fatica agli studenti di oggi possono essere diversi: per risultare più graditi ed avere la loro approvazione; per evitargli un compito gravoso; per paura di non essere amati e di entrare in conflitto; per proteggerli da una sofferenza; per procurargli solo esperienze piacevoli e così via.

Qualunque possa essere il motivo alla base di questa scelta la domanda che vi pongo sul finale è questa: “Siamo sicuri che eliminare la fatica dalla vita di bambini e ragazzi sia funzionale al loro crescita?”

Ricordiamoci che impegno e fatica sono “conditio sine qua non” per accedere alla vera conoscenza e alla comprensione della realtà. Quindi meglio un po’ di fatica oggi per avere adulti formati o meglio senza e adulti impreparati un domani? Io ci sto riflettendo e spero lo facciate anche voi. 

Se vi va potete condividere la vostra opinione nei commenti e nel frattempo restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

NUOVE TECNOLOGIE: QUALE APPROCCIO DEI RAGAZZI E QUALE RUOLO DEGLI ADULTI? Parte 2

Ciao a tutti,

oggi riprendo e concludo l’articolo della scorsa settimana sull’utilizzo delle nuove tecnologie dopo la mia esperienza negli istituti scolastici lo scorso anno. Avevo concluso il mio precedente post raccontandovi di quanto i ragazzi siano abili nel comprendere il funzionamento dei sistemi digitali mentre per parte mia ho potuto mettere in campo competenze di altro tipo. Da ciò l’idea di una collaborazione tra adulti e ragazzi quando si interagisce con questi strumenti.

Questa idea mi è venuta anche perché mi sono resa conto che il modo in cui gli alunni approcciavano ai diversi device appariva del tutto inconsapevole e facile al condizionamento.  Per usare una similitudine, immaginate che il web sia una giungla e che i ragazzi siano dei dispersi senza alcun strumento di sopravvivenza.

Per fare degli esempi: 1) la maggior parte di loro non si rende assolutamente conto di quanto tempo passa connesso perché viene risucchiato da un vortice di messaggi, notifiche, video e così via;

2) sono talmente assuefatti al piacere che provocano questi strumenti da non riuscire più a staccarsene o farne a meno;

3) il mondo virtuale è talmente compenetrato nel mondo reale che finiscono con l’essere continuamente distratti e influenzati da ciò che succede nel mondo virtuale, creando una sorta di interferenza continua;

4) difficilmente riescono a distinguere ciò che vero da ciò che non lo è, tutto diventa assolutamente credibile solo perché online e ripetuto in maniera ridondante.

Questi sono alcuni esempi di quello che accade ai ragazzi quando sono connessi. Li definirei “disarmati” perché mancano di competenze importanti e utili per approcciare nel modo corretto al mondo virtuale: parlo della capacità di darsi delle regole di comportamento, parlo della capacità di discriminare e scegliere nel mare magnum della rete ciò che è attendibile, utile, interessante e di valore da ciò che non lo è, parlo di pensiero critico. Attenzione però, perché non ne faccio una colpa ai ragazzi se non possiedono o non hanno ancora sviluppato queste capacità e competenze. Il fatto è che serve un certo grado di maturità per averle e semplicemente loro ancora non ce l’hanno perché stanno crescendo, sono in fase di formazione. Sarebbe come chiedere ad un neonato di alzarsi in piedi e fare una corsa. Non è possibile perché non ne ha le capacità.

Si tratta quindi di comprendere che un minore non ha ancora le abilità per gestire gli strumenti tecnologici.

Quale la soluzione allora? Li vietiamo finché non hanno raggiunto la giusta maturità come succede per esempio con la patente di guida?

Assurdo, se non impossibile da realizzare visto che le nuove tecnologie ormai fano parte integrante del nostro quotidiano e indietro non si può tornare. In alternativa allora ritorno alla mia idea di partenza: la collaborazione tra adulti e ragazzi. Finché un minore non ha acquisito le abilità necessarie a gestire in autonomia i dispositivi tecnologici dovremmo essere noi adulti ad accompagnarlo e aiutarlo nel mondo virtuale esattamente come da sempre facciamo nel mondo reale.

Ma è a questo punto che sorge un’altra domanda: “Quanti di voi adulti svolgono davvero questa funzione? Quanti stanno a fianco per osservare, informare, spiegare, aiutare, parlare, sorvegliare, sostenere finché non è arrivato il momento di lasciare andare?”

Posso già rispondere a questa domanda: pochissimi!!!

Cari genitori, insegnanti, educatori etc. etc. a questo punto non mettetevi sulla difensiva per quanto sto dicendo perché questo non è un mio punto di vista ma l’affermazione di almeno un centinaio di ragazzi della scuola secondaria di primo grado a cui ho posto la stessa domanda.

Tranne qualche raro caso, quasi tutti mi hanno risposto che il tempo online lo passano sempre da soli, senza nessun adulto che se ne occupi o stia loro accanto. Se ciò corrisponde al vero e non ho motivo di dubitarne ho un’altra domanda da porvi: “Perché noi adulti non ci stiamo occupando dell’educazione dei minori all’uso delle nuove tecnologie? Oppure perché deleghiamo ad altri tale funzione come ad esempio la scuola? Non ci rendiamo conto neanche noi di quanto e come usano tali strumenti, dei rischi a cui possono andare incontro? Non siamo abbastanza pronti, informati, preparati a svolgere tale compito o è troppo difficile e quindi stiamo rinunciando?”

Qualunque sia il motivo, rinunciare o delegare non mi sembra una buona soluzione o per lo meno la trovo molto rischiosa. Per questo la mia proposta continua ad essere la stessa: “Armiamoci e partiamo” ovvero prepariamoci, informiamoci, studiamo per insegnare, aiutare e stare davvero accanto alle nuove generazioni nell’utilizzo dei dispositivi digitali.

A, Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva, che ha scritto diversi libri sull’argomento, ha detto: “Voi consegnereste a vostro figlio minorenne le chiavi di una Ferrari e gli direste di andare a far un giro?”

Credo che la maggior parte di voi risponderebbe ovviamente di no. Ma allora perché consegnare nelle mani di un minore un dispositivo dalle infinite possibilità senza istruzioni per l’uso e senza la giusta preparazione?

Io nel mio piccolo, ho scelto di svolgere questo compito e fare il possibile per stare a fianco ed aiutare. Ora lascio a voi fare le dovute riflessioni sull’argomento e valutare se e come assolvere al ruolo educativo anche in questo ambito. Se vorrete condividere il vostro pensiero mi farà molto piacere.

A presto e restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

bambino con smartphone

LA DAD: PUNTI DI FORZA E LIMITI. Parte 1

Salve a tutti,

come promesso, dopo la pausa estiva, torno a pubblicare articoli divulgativi, riflessioni e commenti nell’ambito della psicologia, che spero possano essere di pubblico interesse.

Forse ricorderete che fino a Giugno ho lavorato in un paio di Istituti Comprensivi di Padova e provincia come psicologa scolastica. Uno dei progetti per le classi della scuola secondaria di primo grado che sono stata incaricata di seguire si intitolava “I pericoli della rete”, che però io ho voluto trasformare in “Pro e contro delle nuove tecnologie”. Lungi da me infatti era l’intento di demonizzare le nuove tecnologie visto che mai come in questi ultimi due anni ci sono state così utili.

Nello stesso periodo in cui mi accingevo ad affrontare questo argomento in classe, per una singolare coincidenza, è arrivato un periodo di lock down e l’obbligo anche per me di utilizzare la dad.

Ripensando quindi a come presentare gli argomenti che volevo trattare e a come interagire con gli alunni attraverso il pc, ho subito capito che avrei dovuto buttare nel cestino metodi e strumenti per me consueti e cercare nuove strade. E così ho fatto!

Nella mia pratica professionale non è una novità usare le nuove tecnologie, lo faccio quotidianamente ma qui mi si presentava una sfida nuova: “Come interagire con un intero gruppo classe attraverso il computer senza far diventare il mio intervento una lezione didattica frontale? Come mantenere aperto il dialogo e il confronto? Come approfondire gli argomenti senza diventare noiosa?”

Lo strumento non era nuovo per me ma la sua applicazione in ambito scolastico diventava in quel momento una nuova esperienza da affrontare e così ho cominciato a informarmi su quante più possibilità potesse offrirmi. Ho scoperto infinite possibilità: programmi, app, piattarfome e così via. Qualcuna già la conoscevo, qualcun’altra confesso di no. E così ho cominciato a studiare, a prepararmi, ad applicarmi in questi nuovi strumenti rendendomi conto che c’è un mondo da scoprire e così tanto da sapere anche in virtù del fatto che le nuove tecnologie sono in continua evoluzione.

Ovviamente in poco tempo sono riuscita a trovare il modo di applicare solo qualcuno degli infiniti mezzi a disposizione e quando ho cominciato a confrontarmi con gli alunni mi sono resa conto di quanto loro sappiano usare questi mezzi in modo più immediato, intuitivo e abile di me. Anche quando non conoscono un programma, sono immediati nell’apprendere come utilizzarlo. Lo fanno in modo automatico, mentre io ci devo pensare, impiego più tempo.

E così la prima cosa che ho capito è che i ragazzi potevano essermi utili nel destreggiarmi con le nuove tecnologie. Mi sono chiesta: “Perché non uscire davvero dall’ottica docente-discente e metterci su un piano di vera collaborazione, dove i ragazzi sono gli esperti del funzionamento del mondo digitale e io l’esperta di come funziona la mente umana quando interagisce con questi strumenti e di quali abilità e competenze richiedono?”

Questa è la prima riflessione a cui sono arrivata nel corso di quella esperienza ma ce ne sono state altre ancora di cui vi vorrei parlare nel prossimo post. Nel frattempo, condividete con me che le nuove generazioni sono più abili di noi adulti nell’approcciare alle nuove tecnologie e che quindi è fondamentale per noi genitori, insegnanti, psicologi, educatori…..stare al passo con loro cercando il più possibile di informarci e aggiornarci?

Spero conveniate con me e che vi armiate, come faccio io, di tempo e pazienza per imparare e tenere il passo!

A presto con la seconda parte dell’articolo. Restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

Educazione all’affettività e sessualità.

Ciao a tutti,

a breve svolgerò un progetto di prevenzione sull’affettività e sessualità presso uno degli Istituti scolastici con cui collaboro e così sto consultando nuovi libri per prepararmi al confronto con i ragazzi. Alcuni genitori mi hanno chiesto di indicare qualche testo che li aiuti ad affrontare questo argomento con i loro figli perchè anche l’educazione sessuale è un aspetto della salute con cui ogni famiglia prima o poi entra in contatto ed è fondamentale essere preparati a dare informazioni e risposte adeguate.Per questo motivo oggi propongo questo testo di facile fruizione per tutti, che tocca un pò tutti gli aspetti dell’affettività e della sessualità, anche quelli più spinosi e che da semplici e chiare indicazioni su quali informazioni e quale linguaggio usare con bambini e ragazzi. Buona lettura a voi e restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

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LIBRI PASSIONE O TORTURA?

Ecco la mia prossima lettura, è arrivata ieri e non vedo l’ora di cominciarla!

E’ incredibile, sono 40 anni che leggo e studio eppure ogni volta che acquisto un nuovo libro è un’emozione pari a quella del primo giorno di scuola. Adoro la copertina e le pagine ancora immacolate, il profumo della carta stampata quando sfogli le pagine per la prima volta e la curiosità di sapere cosa ci sarà scritto tra quelle pagine. La lettura è una passione per me, se così non fosse, non sarei riuscita a completare gli studi, né potrei fare il mio lavoro che richiede un continuo aggiornamento.

Nei prossimi giorni magari vi parlerò del contenuto di questo libro in una mia personale recensione ma nel frattempo, pensando a quanto mi piace leggere, mi è tornata in mente una domanda che spesso mi viene posta dai genitori: “Come faccio a convincere mio figlio ad aprire un libro? Non lo fa mai, neanche per scuola, non gli piace e non gli interessa!”

Secondo il mio personale parere, non si può convincere qualcuno ad appassionarsi alla lettura perché potrebbe diventare una forma di costrizione e si finisce con odiare ciò che si è costretti a fare. Chi non ricorda quanto venivano detestati i libri che si dovevano per forza leggere a scuola come l’Iliade e l’Odissea, I promessi Sposi e la Divina Commedia? Eppure sono testi meravigliosi, opere d’arte che però cominci a capire ed apprezzare solo da adulto.

Io credo che la passione per la lettura nasca dall’incontro!

Da incontri fortunati con persone appassionate che ti fanno scoprire questo mondo senza importelo. Quando penso ai miei libri preferiti che ho letto nel corso della mia vita, sono tutti associati a qualcuno che me li ha fatti scoprire e amare. Ricordo per esempio la mia maestra delle elementari che ci leggeva Pinocchio ed io con la mente immaginavo i personaggi e quel mondo fantastico. Ricordo quando ho ricevuto in regalo per Natale da una persona cara un libro di racconti di Natale. Ricordo il gruppo di teatro al liceo che mia ha fatto apprezzare autori come Shakespeare e Pirandello.

Non sempre gli incontri sono fortunati perché si può incappare in libri che non ti piacciono, a me è successo qualche volta, ma in questo modo si impara a sviluppare il proprio gusto personale ed è comunque sempre utile allargare i propri orizzonti.

Insomma per appassionarsi alla lettura credo sia importante avere intorno sin dai primi giorni di vita persone che abbiano quella passione, quella curiosità, quella voglia di conoscere che ti spinge a prendere in mano un libro. E’ altrettanto importante che siano solo un esempio, un modello di comportamento da seguire, evitando qualsiasi forma di imposizione o costrizione con chi non ha ancora maturato un interesse per la lettura.

Con me questo sistema ha funzionato, spero succeda lo stesso anche a voi. Fatemi sapere in caso. Per oggi mi fermo qui ma vi raccomando….restate connessi!!!

Dr.ssa Pinton Michela

ANSIA E PANICO ANCHE TRA I “GIOVANI FAMOSI”?

“E di notte mi prende
E mi sale e mi scende
Stringe la gola come un serpente
Però fatto di niente
Quando il sole si spegne
Il buio che splende
Come ci si sente?
Cosa vuole sapere una diciottenne….”

STRESS, ANSIA, PANICO sono parole di uso comune di questi tempi ma se se ne parla tanto è perché sempre più persone purtroppo soffrono di disturbi d’ansia.

Cosa significa però se ne parla una cantante Trap di 17 anni?

Ieri sera mi sono imbattuta casualmente in una trasmissione tv dal titolo “Giovani e famosi” e ho sentito queste parole, che erano il testo di una canzone di una giovane ragazza che scrive e canta canzoni Trap, tanto in voga in questi anni. Incuriosita ho ascoltato la sua intervista in cui raccontava che la sua canzone “Ansia2000” è la più conosciuta e apprezzata tra i suoi coetanei, è la canzone che l’ha resa nota al grande pubblico. L’intervistatore le ha quindi chiesto perché una giovane ragazza scrivesse una canzone su un tema come l’ansia. La risposta è stata semplice: “Nelle mie canzoni parlo di ciò che conosco, delle mie esperienze personali. Io soffro di attacchi di panico, soprattutto da quando sono diventata improvvisamente famosa”.

Durante l’intervista era presente anche un’amica e coetanea della cantante e l’intervistatore si è rivolto anche a lei, chiedendo come mai tra i ragazzi proprio quella canzone avesse così tanto successo. Anche in questo caso la risposta è stata semplice e lampante: “Perché parla di noi, di quello che ci succede. Siamo in tanti a soffrire di ansia e quindi ci immedesimiamo in quello che dice”.

Eh già, è chiaro, si sa da sempre che le canzoni di maggior successo sono quelle in cui le persone riescono ad identificarsi, quelle in cui si pensa “ma sta parlando proprio di me, della mia vita”.

Ma allora, se migliaia e migliaia di adolescenti e giovani si immedesimano in questa canzone che cosa significa?

Purtroppo significa che stress, ansia e panico sono molto diffusi anche in età evolutiva e conferma di quanto scrivo riporto alcuni dati di ricerca. Da alcuni studi emerge come i disturbi d’ ansia possano rappresentare la patologia psichiatrica più comune in età evolutiva (MeriKangas et al., 2010; Kessler et al. 2012). MeriKangas et al. (2010) stimano che addirittura un terzo degli adolescenti a 18 anni possa ricevere una diagnosi per un disturbo d’ ansia. Kessler et al. (2012) individuano un tasso di prevalenza dei disturbi d’ ansia nell’infanzia e nell’adolescenza che risulta variabile tra il 12% e il 20-25% a seconda delle ricerche ma si tratta comunque di incidenze elevate.

Che fare allora se così tanti bambini e ragazzi soffrono di queste patologie?

Come sempre è importante tenere gli occhi aperti, osservare se vi sono i segni caratteristici dell’ansia come iperventilazione o agitazione motoria, per fare degli esempi. E’ come sempre fondamentale tenere un dialogo aperto con i ragazzi in modo che possano parlare delle loro paure. Se poi si notassero episodi d’ansia troppo frequenti, troppo duraturi o troppo intensi allora è opportuno rivolgersi ad un professionista. Vi ricordo che un intervento precoce può evitare una prognosi severa e ridurre la possibilità di dover assumere degli psicofarmaci. Oggigiorno esistono protocolli d’intervento brevi ed efficaci soprattutto nell’ambito della psicoterapia cognitivo comportamentale e se qualcuno avesse bisogno posso dare informazioni più dettagliate in proposito.

Per il momento mi fermo qui e vi saluto ma vi invito tra qualche giorno a leggere il mio prossimo articolo. Restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

QUALI SONO I SEGNALI PREDITTORI DEL DISTURBO OSSSESSIVO COMPULSIVO IN ETA’ EVOLUTIVA?

Lunedì ho partecipato ad un webinar del dott. Melli sul disturbo ossessivo compulsivo in età evolutiva e come mia abitudine ormai, mi piace condividere contenuti e mie riflessioni su quanto ascoltato. Tra i tanti temi trattati, credo ce ne sia uno che potrebbe essere utile al pubblico: “Quali sono i segnali predittori del doc nei bambini e ragazzi?”

Parto da una considerazione. Nella mia esperienza clinica quasi tutti i pazienti con disturbo ossessivo compulsivo mi hanno raccontato di aver avuto delle ossessioni (pensieri, impulsi, immagini mentali intrusivi, persistenti, che sono vissuti con disagio emotivo) e delle compulsioni (comportamenti finalizzati ad evitare che si verifichi il contenuto delle ossessioni e a placare l’ansia) sin dall’infanzia. Eppure la maggior parte dei pazienti arriva i terapia in età adulta, così come possono confermare molti miei colleghi e come ha affermato lo stesso dott. Melli.

Come mai succede questo?

Sostanzialmente per tre motivi: 1) il doc ha un percorso di ingravescenza molto lento, che può durare anni, magari a salti, a periodi, per cui per molto tempo può non essere notato o può essere sottovalutato;

2) ossessioni e compulsioni in una certa misura fanno parte del normale sviluppo dei bambini soprattutto tra gli 8 e i 12 anni. Per esempio molti bambini hanno dei rituali prima di andare a letto o dei pensieri magici;

3) bambini e ragazzi difficilmente parlano apertamente delle loro preoccupazioni o ansie.

A causa di questi ostacoli può capitare che gli adulti di riferimento, genitori, insegnanti o altri non si rendano conto della presenza di un disturbo.

Come fare allora a riconoscere i segni predittori del doc e come distinguerli dai fenomeni transitori di una normale crescita?

L’importante è fare attenzione a due aspetti: per prima cosa è importante osservare se i comportamenti rituali messi in atto sono così rigidi, persistenti e immodificabili che se il bambino/ragazzo provasse a interromperli proverebbe un forte disagio emotivo e poi notare se si presentano preoccupazioni di vario genere, con maggiore frequenza e senza apparente motivazione.

Se noi adulti riuscissimo a tenere un occhio aperto su questi segnali forse riusciremmo a prevenire o almeno ad intervenire con molto anticipo sullo sviluppo della patologia. Un intervento precoce può modificare positivamente il decorso di una malattia mentale e magari può limitarne i danni, visto che il doc è uno dei disturbi mentali che maggiormente invalida la vita delle persone.

Spero che queste poche indicazioni possano essere utili a chi avrà la bontà di leggere questo mio post. Se poi aveste ulteriori dubbi non esitate a rivolgervi ad un professionista. Per quel che posso sarò sempre disponibile a rispondere alle vostre domande. A presto con un altro articolo e……………….restate connessi!

Dr.ssa Pinton Michela

matite colorate allineate